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Stephan Guillais

Dipingere è, in un certo senso, come scaricare un furgone carico di mobili antichi.

Bisogna tirar furori, ci si deve sbrigare, anche se è fragile e qualcosa può rompersi. Io credo che sia come cacciare con arco e freccia in un terreno pianeggiante: lo spazio e i mezzi non sono adatti a ciò che si vorrebbe e si desidera.


La magia di questa avventura sembra essere nell’essere capace di resistere e trascendere le costrizioni e uscirne con doni e, forse, dare la sensazione che l’immagine si imponga e dica subito molte cose; non una storia, ma una sottile melodia interiore che vola fra due momenti.

È possibile dipingere distaccandosi alla teoria avvicinandosi “alle ossa”, come un cavernicolo che afferra visceralmente tutto ciò che lo circonda: un coniglio, un’ostrica o un bastone? Non ho paura della teoria e dell’analisi, la pittura vuole, o dovrebbe, parlare e, se lo fa, dovremmo trovarci di fronte ad un’immagine che ci fa agitare dentro.

 Barcellona, inverno 2007